Le elezioni ungheresi hanno molte implicazioni e significati per l’Ungheria e per l’Europa, e portano molte lezioni importanti per il futuro.

Esistono tre livelli essenziali della lotta politica: di governo, di regime, e di comunità. La prima è quella tipica dei sistemi democratici, e riguarda chi va al governo e definisce le priorità delle politiche pubbliche, senza mettere in questione il regime politico o la comunità politica. La seconda mira a trasformare il regime politico nella comunità politica in cui si svolge: come nello scontro tra democrazia e comunismo o altre forme di autoritarismo. La terza riguarda la definizione della comunità politica, ovvero del livello in cui realizzare le politiche pubbliche, come nelle richieste dei partiti secessionisti o nei processi di unificazione volti a creare unità politiche più grandi delle precedenti.

Le elezioni ungheresi hanno attirato l’attenzione del mondo perché univano tutti e tre questi livelli. Tanto che lo scontro non era tra destra e sinistra – come accade spesso nei regimi democratici. Con un solo voto gli ungheresi dovevano rispondere a tre domande diverse: se volevano cambiare le politiche pubbliche, specialmente sull’economia; se volevano ripristinare lo stato di diritto e una democrazia liberale; se volevano stare nell’Unione Europea in modo costruttivo o isolarsi fino a rischiare l’esclusione.

L’Ungheria ha scelto l’Europa e con essa la democrazia liberale, lo stato di diritto e lo sviluppo economico nel quadro di un’economia sociale di mercato. Ha bocciato il nazionalismo sovranista, l’autoritarismo presentato da “democrazia illiberale”, e la corruzione e il controllo dell’economia da parte di Orbàn e dei suoi sodali.

Tisza ha ottenuto oltre 2/3 dei seggi e ciò permetterà di modificare la Costituzione e disfare le riforme liberticide di Orbàn – a differenza di quanto accade in Polonia, dove il Pis ha perso le elezioni politiche, ma ha mantenuto la Presidenza e la possibilità di mettere il veto alla legislazione passata dal Parlamento, bloccando così le riforme volte a ripristinare l’indipendenza della magistratura e lo stato di diritto.

Sul voto ha influito notevolmente il fatto che dopo 16 anni di Orbàn al governo l’Ungheria è in cima alle classifiche sulla corruzione e in coda a quelle sulla crescita economica. Il controllo dell’economia da parte delle elites legate a Fidesz ha un costo, pagato da tutti gli ungheresi.

Peter Magyar ha vinto perché è riuscito a unire le opposizioni. Anche se lui è un conservatore, l’elettorato di Tisza è trasversale, dalla sinistra al centro-destra, e dovrà tenerne conto. Lo scontro dunque non è stato tra destra e sinistra, ma tra Europa e stato di diritto da una parte, e nazionalismo e autoritarismo dall’altra. Il collante di Tisza è la posizione sui valori e sull’Europa. L’opposto di quanto accade in Italia in tutti gli schieramenti, in cui convivono posizioni molto diverse sull’Europa.

La storia dell’Ungheria sotto Orbàn mostra l’importanza dell’UE nel difendere lo stato di diritto, nel fornire un quadro di riferimento valoriale e normativo alternativo all’autoritarismo. Ma anche la difficoltà di attivare gli strumenti a sua disposizione, perché richiedono l’unanimità di tutti gli altri, e tra i governi nazionali vige il principio “cane non mangia cane”. E il fatto che alla fine siano state – come sempre – le istituzioni sovranazionali a difendere i cittadini ungheresi: da un lato la Corte di Giustizia con le sue sentenze contro le riforme liberticide. Dall’altro la Commissione con l’invenzione della condizionalità interna e il blocco dei fondi europei.

Per oltre un decennio i nazionalisti hanno raccattato voti cavalcando la paura, creata ad arte agitando lo spauracchio dei migranti e della sostituzione etnica. Ma oggi dobbiamo affrontare una paura vera, in un mondo in balia dell’imperialismo estrattivo delle potenze mondiali. L’Europa è minacciata militarmente dalla Russia, con l’invasione dell’Ucraina e i costanti attacchi ibridi contro i Paesi UE; commercialmente dai dazi di Trump, accoppiati alla minaccia di uscire dalla NATO, che già ne mina la capacità di deterrenza, fondata sull’impegno all’assistenza reciproca in caso di attacco; e finanziariamente e industrialmente dalla penetrazione e dalla competizione sleale cinese. Nessun Paese europeo da solo può affrontare queste minacce. I sondaggi mostrano che oltre 2/3 dei cittadini europei vorrebbero una politica estera e una difesa europea, oltre all’implementazione dei Rapporti Letta, Draghi e Niniisto. Ecco dunque che se la campagna è sull’Europa, i nazionalisti escono sconfitti.

Oggi la gente non ha paura del migrante scappato da guerre, persecuzioni e fame, ma di Putin, Trump e Xi Jinping. Ecco dunque che chi ha sostenuto questi tre, e ostenta tale vicinanza – come Orbàn con Trump e Vance – ne esce con le ossa rotte. Anche in Italia, la più efficace propaganda contro i nazionalisti probabilmente sarebbero le foto di Meloni con Trump e Salvini con Putin o con la maglietta pro-Putin o con il suo celebre desiderio di scambiare due Mattarella per mezzo Putin.

Oggi l’Europa festeggia la vittoria di Magyar. Ma nulla è stato risolto dei problemi che affliggono l’Unione. Non abbiamo ancora superato la regola dell’unanimità. Non ci sarà più Orbàn, ma Fico in Slovacchia e Babiš in Repubblica Ceca sono sempre lì. Non abbiamo una politica estera e una difesa europee – e infatti siamo spettatori di quanto accade in Medio Oriente piuttosto che in Ucraina, incapaci di contribuire a superare tali conflitti. La finestra di opportunità per agire potrebbe essere breve. Di certo rimarrà aperta per tutta la durata della Presidenza Trump. La vittoria di Magyar rende più facile sfruttarla, a patto che vi sia la volontà politica dei maggiori Stati membri, inclusa l’Italia.

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